Cinque anni di attesa per il primo colloquio: la realtà delle liste d’attesa per l’assistenza sanitaria transgender nei Paesi Bassi

Chi si iscrive nei Paesi Bassi per ricevere assistenza sanitaria transgender non aspetta qualche settimana, ma anni prima del primo colloquio. Al VU Amsterdam gli adulti devono attendere almeno cinque anni, all’UMC Groningen più di tre anni e al Radboudumc quattro anni. E questo è soltanto il tempo di attesa per il primo colloquio: in seguito bisogna aspettare in media altri tredici mesi per il primo appuntamento con uno psicologo, come mostrano i dati diffusi nel 2025 dall’associazione di pazienti Transvisie. Per chi si trova in questa fase della vita, secondo gli operatori sanitari si tratta di «anni di vita che scivolano via», mentre non accade nulla. Le informazioni aggiornate sui tempi di attesa dell’Amsterdam UMC sono disponibili su genderzorgnederland.nl.
L’articolo principale su questo argomento è Tempi di attesa e percorso di cura.
Più fondi, più persone in attesa
Dal 2018 un «Coordinatore dell’assistenza transgender» nominato dal governo lavora per ridurre queste liste d’attesa. Sulla carta sono stati investiti fondi considerevoli: la capacità dell’assistenza psicologica per i minori è cresciuta del 123 per cento, mentre quella per gli adulti addirittura del 483 per cento. Eppure la lista d’attesa continua ad allungarsi, perché la domanda cresce più rapidamente dell’offerta. Nel 2021 l’assistenza effettivamente erogata è aumentata del 15 per cento, mentre nello stesso anno la domanda è cresciuta del 63 per cento. Il contesto è spiegato nell’articolo sulla crescita esplosiva delle richieste di accesso. Ogni nuovo posto disponibile viene nuovamente occupato in breve tempo da nuove richieste — un meccanismo per cui l’ampliamento della capacità, da solo, non porta a una riduzione della lista d’attesa, poiché un’offerta più accessibile abbassa contemporaneamente la soglia per presentare la propria domanda.
La posta in gioco
Una ricerca condotta nel 2024 da COC Nederland e dall’Università di Groningen mostra che le persone transgender hanno una probabilità da tre a quattro volte maggiore di manifestare pensieri suicidari rispetto ai coetanei cisgender. La stessa linea di ricerca mostra anche che questi pensieri diminuiscono più spesso quando una persona viene effettivamente presa in carico — il che rende il tempo di attesa un fattore che incide sul rischio, indipendentemente da come si valuta il trattamento in sé. Allo stesso tempo, questo argomento è a doppio taglio: sottolinea soprattutto quanto un sistema dipenda da una diagnosi accurata e tempestiva, qualcosa per cui una lista d’attesa sovraccarica lascia per definizione poco spazio.
Chi riesce a ricevere assistenza rapidamente
I dati sulle liste d’attesa nascondono una disuguaglianza di cui si parla meno spesso. Le persone con una rete sociale più solida e maggiori disponibilità economiche riescono più facilmente a rivolgersi a fornitori privati, che conoscono anch’essi tempi di attesa, ma generalmente più brevi rispetto ai centri universitari. Ad esempio, nell’ottobre 2026 il fornitore Genderhealthcare ha segnalato un tempo di attesa di 491 giorni, descritto su genderzorgen.nl. Chi non dispone di queste risorse rimane vincolato al percorso pubblico e quindi alle liste d’attesa più lunghe. Una crisi che formalmente colpisce tutti allo stesso modo, nella pratica agisce dunque in modo selettivo: proprio il gruppo privo di alternative aspetta più a lungo per una prima valutazione.
Un problema che richiede più del semplice denaro
Il fatto che anni di investimenti non abbiano risolto la lista d’attesa solleva una questione che va oltre la sola capacità: se l’attuale modello — in cui ogni segnale di incongruenza di genere o disforia di genere confluisce nello stesso canale ristretto delle cliniche specializzate in salute transgender — sia davvero il più efficiente. I Paesi che hanno affidato il primo passaggio diagnostico più vicino al medico di base o ai servizi ordinari di salute mentale mostrano che distribuire gli accessi può ridurre in parte la pressione. Finché i Paesi Bassi manterranno un unico stretto punto di accesso per un gruppo crescente di richiedenti, è probabile che la lista d’attesa continui a crescere insieme a ogni ampliamento dell’offerta.
Edward Jansen
Redazione di Genderinfo.nl