Vasterman: le femministe radicali vedono nella Legge transgender una minaccia per le donne
Peter Vasterman richiama l’articolo del NRC di Menno Sedee, in cui le femministe critiche verso il genere — definite “radicali” dal fronte favorevole alla Legge transgender — spiegano perché l’autodeterminazione mina gli spazi riservati alle donne, conquistati con tanta fatica.
La frattura che non si può più nascondere
L’11 settembre 2022 il NRC Handelsblad ha pubblicato un reportage di Menno Sedee sul gruppo di femministe che si oppone alla modifica prevista della Legge transgender. Vasterman ha ripreso l’articolo perché, per la prima volta sulla stampa olandese di qualità, dava voce a un gruppo relegato per anni ai margini: donne che non intendono accettare la rimozione giuridica del confine basato sul sesso. Il governo Rutte IV vuole modificare la legge eliminando il ricorso al tribunale e la dichiarazione di un esperto. Sarebbe sufficiente una firma presso il comune per cambiare ufficialmente sesso. “Con una modifica legislativa diventa più facile cambiare ufficialmente sesso”, riassumono Sedee e Vasterman. Il disegno di legge è stato ritirato nel 2025; si veda il disegno di legge ritirato sull’autodeterminazione.
“La più grande minaccia per le donne”
Le femministe che intervengono nell’articolo del NRC non sono figure marginali. Sono giuriste, ex responsabili di centri di accoglienza, allenatrici sportive e storiche che hanno costruito la propria posizione su basi solide. La loro analisi, così come riportata dal NRC, è la seguente: “Le femministe critiche verso il genere vedono in tutto questo la più grande minaccia per le donne.” Non un’esagerazione retorica per attirare l’attenzione, ma un’affermazione argomentata. Se il sesso diventa esclusivamente una questione di autodeterminazione, la categoria giuridica “donna” scompare come gruppo protetto. Quote, statistiche, ricerca sanitaria, centri di accoglienza per donne maltrattate, sport femminile, carceri femminili, politiche rivolte a gruppi specifici: tutto ciò che la seconda ondata femminista ha conquistato in ottant’anni si basa su una categoria delimitata in modo misurabile. Se si rende quella categoria accessibile tramite un’autodichiarazione, le fondamenta vengono meno.
Una lotta per i diritti che si sovrappone all’altra
L’articolo del NRC dà voce anche alla posizione opposta: la modifica avviene “tra la rabbia del movimento transgender”. Non perché le organizzazioni trans siano contrarie alla semplificazione — al contrario, la sostengono — ma perché liquidano come transfobica ogni questione relativa al conflitto tra diritti. Vasterman osserva che è proprio questo il meccanismo che in altri Paesi occidentali ha portato a cause giudiziarie, alla chiusura di cliniche e a disastri politici: un quadro dei diritti che si presenta come una pura estensione della libertà, mentre in pratica limita i diritti di un altro gruppo — le donne biologiche. L’articolo del NRC mette per la prima volta in modo netto questo conflitto su un importante mezzo di comunicazione olandese.
Cosa cambia concretamente
L’attuale Legge transgender (in vigore dal 2014) richiede una dichiarazione di un esperto, psicologo o medico. La modifica la elimina. Nelle sue altre analisi, Vasterman sottolinea che la valutazione su cui si basa questa soppressione è metodologicamente debole: tre psicologi intervistati, quattro sondaggi con campioni poco chiari e un sondaggio con nove partecipanti. Si consiglia quindi al parlamento di rimuovere, sulla base di questi dati, un ostacolo che in realtà funziona: quasi tre quarti dei funzionari comunali considerano la dichiarazione una barriera contro le frodi e i cambiamenti affrettati. Cosa rimane se la dichiarazione viene eliminata? Un sistema aperto di autodeterminazione che, in ogni Paese in cui è stato introdotto, ha portato entro cinque anni a cause giudiziarie sugli spazi riservati alle donne.
Perché non si tratta di “una piccola legge”
Per anni la classe politica olandese ha presentato la modifica come un semplice aggiustamento tecnico. Secondo Vasterman, il fatto che sia diventata pubblicamente controversa solo nel 2022 è un sintomo della cecità dei media olandesi su questo tema. Nel Regno Unito, una proposta analoga — la riforma scozzese della Gender Recognition Act — ha portato a una crisi politica, alle dimissioni di Nicola Sturgeon e infine al blocco da parte di Westminster. In Spagna si è verificato uno sconvolgimento nelle statistiche sui reati contro le donne dopo l’entrata in vigore della legge sull’autodeterminazione. Nel mondo anglofono, le donne che richiamano l’attenzione su queste conseguenze — JK Rowling è l’esempio più noto — vengono demonizzate attraverso campagne mirate. La stessa dinamica rischia di ripetersi nei Paesi Bassi.
L’etichetta “radicale”
Uno dei segnali più netti nell’articolo del NRC è il framing stesso. Le donne che richiamano l’attenzione sulle conseguenze concrete per gli spazi femminili non vengono descritte come preoccupate, critiche o competenti in materia giuridica. Viene loro applicata l’etichetta di “radicali”, un termine associato per anni al terrorismo, all’estremismo e all’irrazionalità. Vasterman osserva che questo è diventato il frame standard dei media per le donne che mettono in discussione la dottrina dell’autodeterminazione. Il linguaggio non è un dettaglio: determina se il lettore percepisce quella voce come legittima o come una minaccia. Il modo in cui la scelta delle parole e delle fonti orienta l’immagine del dibattito sul genere è illustrato su gendermedia.nl. Il fatto che il NRC dia almeno voce a queste posizioni è un passo avanti. Che continuino a portare un’etichetta delegittimante è esattamente ciò contro cui lottano queste femministe.
Cosa è in gioco
La Legge transgender non è l’unico terreno su cui si sviluppa questa frattura, ma è quello più concreto. Chi fa coincidere il sesso con l’autodichiarazione accetta che un corpo biologicamente maschile appartenga a un centro di accoglienza per donne, a una prigione femminile, a uno spogliatoio femminile o a una competizione sportiva femminile non appena chi lo possiede lo indica su un modulo. Il fatto che le femministe critiche verso il genere che richiamano l’attenzione su questo punto parlino della “più grande minaccia” non è isteria. È una conseguenza logica. Nella sua analisi, Vasterman riconosce loro il credito che la maggior parte delle redazioni nega: essere prese sul serio per ciò che dicono nel merito, non per il modo in cui si adattano al frame.