Genere e sport

Le competizioni sportive sono storicamente divise in due categorie — uomini e donne — per una semplice ragione: il corpo che ha attraversato la pubertà maschile è, nella maggior parte delle discipline sportive, significativamente più potente, veloce e grande del corpo che ha attraversato la pubertà femminile. La categoria femminile non esiste per cortesia, ma perché altrimenti non sarebbe possibile garantire una competizione equa e la salute delle atlete. La questione se le donne transgender — uomini biologici che si identificano come donne — debbano poter competere nella categoria femminile tocca direttamente questo fondamento.
Per saperne di più su questo sito: World Aquatics, World Athletics e Riley Gaines — Swimming Against the Current.
Gli argomenti correlati sono trattati in Sport e giovani transgender.
La pubertà maschile: un’eredità fisiologica permanente
I vantaggi prodotti dalla pubertà maschile sono profondi e in gran parte permanenti. Sotto l’influenza del testosterone durante la pubertà, gli uomini sviluppano in media:
- una massa muscolare e una forza significativamente maggiori (nell’ordine del 30–50% nella parte superiore del corpo);
- ossa più grandi, una struttura scheletrica maggiore e una densità ossea più elevata;
- una maggiore capacità cardiaca e polmonare;
- una struttura delle leve più favorevole (arti più lunghi, fianchi più stretti);
- un livello di emoglobina più alto e quindi una maggiore capacità di trasporto dell’ossigeno.
Uno o due anni di terapia estrogenica — come richiesto da alcune federazioni sportive — non annullano questi cambiamenti. Lo scheletro, le dimensioni del cuore e le proporzioni delle leve sono permanenti. La massa muscolare e la forza diminuiscono in parte, ma gli studi (tra cui Hilton & Lundberg, 2021; Roberts et al., 2021) mostrano che una parte significativa della differenza di forza rispetto alle donne permane anche dopo diversi anni di trattamento ormonale. La review di Hilton e Lundberg è spiegata su gendersport.nl.
Una competizione impari
L’ammissione delle donne transgender alla categoria femminile significa in pratica che uomini biologici — spesso con un’eredità permanente della pubertà maschile — competono contro le donne. Nelle discipline in cui forza, velocità e potenza motoria sono determinanti (atletica, nuoto, ciclismo, sollevamento pesi, MMA, rugby), ciò porta a vantaggi prestazionali dimostrabili. Per le atlete di alto livello significa perdere posti sul podio, borse di studio, opportunità di record e posti nelle selezioni. Non è un problema astratto, ma un indebolimento diretto della stessa categoria femminile.
Rischio di infortuni per le donne
Oltre all’equità, entra in gioco la sicurezza. Negli sport di contatto e collisione — rugby, calcio, judo, MMA — la maggiore massa, la forza superiore e la più alta densità ossea degli uomini biologici comportano un rischio di infortuni dimostrabilmente più elevato per le avversarie. Nel 2020 World Rugby è giunta, sulla base di una propria ricerca, alla conclusione che l’ammissione delle donne transgender alla categoria femminile aumenta di decine di punti percentuali il rischio di lesioni gravi. Considerazioni analoghe valgono per altri sport di collisione.
La politica delle federazioni sportive internazionali
Sotto la pressione delle evidenze scientifiche e delle atlete, diverse federazioni internazionali hanno modificato le proprie politiche. World Aquatics (nuoto, dal 2022) e World Athletics (atletica, dal 2023) escludono dall’élite femminile le donne transgender che hanno attraversato la pubertà maschile. UCI (ciclismo), World Rugby e USA Powerlifting adottano linee analoghe. Dal 2021 il CIO ha lasciato la decisione alle singole federazioni, ma nel frattempo ha adottato una propria direttiva: a partire dai Giochi di Los Angeles del 2028, la categoria femminile sarà riservata alle atlete prive del gene SRY, da accertare mediante un test genetico (vedi Il CIO ripristina la categoria femminile). Negli Stati Uniti, nel 2026 la Corte Suprema ha confermato che gli Stati possono escludere le donne trans dagli sport femminili e delle ragazze. Quanto sia delicato il tema nelle redazioni americane è emerso nell’agosto 2026, quando un editorialista sportivo del The Seattle Times si è dimesso dopo che la sua redazione aveva bloccato una sua rubrica sullo sport femminile.
Atlete intersessuali
Un dibattito distinto riguarda le atlete intersessuali con una condizione DSD (Differences of Sex Development) cresciute come donne, ma dotate di cromosomi XY e livelli endogeni di testosterone nell’intervallo maschile (per esempio la carenza di 5-alfa-reduttasi 46,XY). Casi noti come quello di Caster Semenya mostrano che, in termini pratici, queste atlete presentano gli stessi vantaggi fisiologici degli altri uomini biologici. Le federazioni sportive hanno giustamente stabilito regole di idoneità al riguardo. Non si tratta di un dibattito sul “transgender”, ma di un dibattito sul sesso biologico. Vedi anche Intersessualità.
Sport amatoriale
Nello sport amatoriale, nella maggior parte dei casi, le prestazioni e il rischio di infortuni hanno un peso minore. Molte associazioni scelgono soluzioni pragmatiche a livello locale. Ciò non esonera tuttavia lo sport d’élite e quello agonistico dall’obbligo di proteggere la categoria femminile come categoria sessuale, proprio perché in questo ambito sono in gioco titoli nazionali e internazionali, premi in denaro e carriere.
Cosa c’è in gioco?
La categoria femminile nello sport è una conquista di decenni di emancipazione delle donne. Si basa sul sesso biologico, non su un sentimento. Abolirla completamente o svuotarla in nome dell’inclusione significa in pratica escludere le donne dalla loro stessa categoria. È un prezzo troppo alto — e sempre più federazioni sportive, atlete e scienziati giungono alla stessa conclusione.