Genere e politica

In breve tempo il genere è diventato un tema politico in cui si intrecciano due tipi di questioni. Da un lato, la questione classica della posizione delle donne nelle cariche pubbliche. Dall’altro, un dibattito molto più recente — e di portata assai più ampia — sull’autoidentificazione, sulla modifica giuridica del sesso e sull’accesso a strutture e servizi basati sul sesso. Questi due temi vengono spesso messi sullo stesso piano, sebbene siano distinti sul piano dei contenuti.
Le donne in politica
Nei parlamenti olandese ed europei, dopo decenni di emancipazione, le donne sono oggi rappresentate in misura nettamente maggiore rispetto al passato, anche se la piena parità non è ancora stata raggiunta. Le opinioni sull’opportunità delle quote divergono: si tratta di un legittimo dibattito politico, con argomenti a favore e contro.
L’autoidentificazione come principio giuridico
Il grande cambiamento politico dell’ultimo decennio è stata l’introduzione graduale dell’autoidentificazione giuridica: l’idea che una persona possa modificare il sesso registrato senza una valutazione medica o psicologica e basandosi esclusivamente su una propria dichiarazione. Nei Paesi Bassi, nel 2014 sono stati aboliti il requisito della sterilizzazione e il ricorso al giudice; è rimasta necessaria una dichiarazione di un esperto. Nel 2025 è stato ritirato il disegno di legge che prevedeva di eliminare anche tale dichiarazione (si veda il disegno di legge ritirato sull’autoidentificazione). Il modo in cui il progetto è naufragato e le organizzazioni che hanno fatto pressione a suo favore sono illustrati su genderlobby.nl.
I critici — tra cui gruppi femministi, giuristi e psichiatri infantili — sottolineano che l’autoidentificazione ha conseguenze di vasta portata, spesso trascurate nel dibattito. Il sesso non è un dettaglio amministrativo, ma una categoria che incide sulla statistica, sull’assistenza sanitaria, sullo sport, sul sistema penitenziario, sui centri di accoglienza per donne maltrattate e sulle vittime di abusi sessuali. L’abbandono di un criterio oggettivo ha ripercussioni in tutti questi ambiti.
Il cambio di rotta del Regno Unito
Nel Regno Unito, la corte suprema ha stabilito nel 2025 che, nell’Equality Act, i termini “donna” e “sesso” si riferiscono al sesso biologico. Questa sentenza — preceduta dalle conclusioni della Cass Review sull’assistenza ai minori — segna una netta svolta. Per i servizi rivolti alle donne, lo sport, le carceri e la raccolta dei dati, ciò significa un ritorno al criterio biologico. Dibattiti analoghi sono in corso nei Paesi Bassi e nel resto d’Europa.
Conservatori contro progressisti: una rappresentazione fuorviante
Nei media il dibattito viene spesso presentato come uno scontro tra conservatori e progressisti. Non è una rappresentazione accurata. Molti dei critici più decisi dell’autoidentificazione sono autrici femministe classiche (Stock, Joyce, Bindel, Phillips), attiviste lesbiche e studiose e studiosi di orientamento progressista. Le obiezioni alla transizione dei minori provengono anche da clinici che non sono considerati conservatori sul piano politico — basti pensare agli psichiatri di Svezia, Finlandia e Norvegia, che hanno reso più rigorose le rispettive politiche nazionali. Ridurre queste voci a “destra” o “anti-trans” è fattualmente scorretto e chiude il dibattito a torto.
Il termine “transfobia” come strumento politico
Nel dibattito politico, “transfobia” viene spesso usato come termine collettivo per indicare qualsiasi critica sostanziale all’autoidentificazione, alla transizione dei minori o all’assistenza affermativa. In questo modo la discussione si sposta dai contenuti alle motivazioni di chi li solleva. Ciò limita il dibattito pubblico senza risolvere il problema di fondo. I tentativi legislativi di rendere penalmente perseguibile una critica sostanziale legittima — per esempio ampliando la normativa antidiscriminazione — meritano una valutazione critica alla luce della libertà di espressione.
Diritti delle donne e categorie basate sul sesso
Un importante punto di scontro politico riguarda la tutela di strutture e servizi basati sul sesso: centri di accoglienza per donne maltrattate, reparti femminili nelle carceri, politiche ospedaliere e sport. Quando l’accesso si basa interamente sull’autoidentificazione, sorgono conflitti pratici — non ipotetici, ma documentati, tra l’altro, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Canada. Il dibattito politico dovrebbe concentrarsi su questi concreti compromessi, non sul conflitto identitario.
Tensioni internazionali
A livello internazionale, le posizioni divergono fortemente. Alcuni Paesi promuovono l’autoidentificazione di genere come diritto umano nel contesto dell’UE e dell’ONU; altri — tra cui un numero crescente di Paesi europei — stanno invece tornando a un approccio più prudente, soprattutto nell’assistenza ai minori. I Paesi Bassi dovranno compiere una scelta autonoma, idealmente basata su evidenze e su un’accurata analisi dei rischi, non sulle pressioni degli attivisti. La tesi secondo cui l’autoidentificazione sarebbe un diritto umano si basa generalmente sui Principi di Yogyakarta. In Germania, che ha introdotto l’autoidentificazione, la legge è già nuovamente oggetto di contestazione; si veda la notizia sulla legge tedesca sull’autoidentificazione.