Persone transgender nella storia

Nel dibattito contemporaneo sul genere si sostiene regolarmente che «le persone transgender sono sempre esistite» e che categorie moderne come «donna trans» o «non binario» abbiano dei precursori storici risalenti a secoli fa. Questa rappresentazione è in gran parte una costruzione retrospettiva. Le persone che non si conformavano alle norme di genere del loro tempo sono effettivamente sempre esistite — ma il legame tra queste figure storiche e l’identità transgender moderna è molto più labile di quanto spesso si suggerisca.
Il problema delle etichette retroattive
Il concetto moderno di «transgender» risale alla seconda metà del ventesimo secolo e si basa su idee mediche, giuridiche e psicologiche specifiche che nelle epoche precedenti semplicemente non esistevano. La trasformazione del termine da etichetta ristretta a termine ombrello è descritta su letterbrij.nl. Quando storici o attivisti riclassificano figure dell’antichità, del Medioevo o dell’età moderna come «transgender», proiettano una cornice contemporanea su persone che non si sarebbero mai interpretate in questo modo. Si tratta di una forma di anacronismo storicamente scorretta, che rende la storia funzionale a un’agenda politica contemporanea. Un esempio è l’interpretazione di Stonewall e del triangolo rosa, sulla quale alfabetbende.nl solleva alcune osservazioni critiche.
Donne che vivevano come uomini: più di una spiegazione
Nel corso dei secoli sono stati documentati innumerevoli casi di donne che si vestivano e vivevano come uomini — talvolta per decenni. In molti casi le ragioni erano pratiche: accedere a determinate professioni, prestare servizio militare, viaggiare o garantirsi la sicurezza in un mondo in cui le donne si trovavano in una posizione giuridica ed economica subordinata. Donne come Giovanna d’Arco, Catalina de Erauso o la soldatessa inglese Hannah Snell vengono talvolta rivendicate dall’attivismo contemporaneo come «uomini trans»; in realtà, dalle fonti emerge che la loro autocomprensione era molto più prudente e pragmatica.
Per alcune di loro potrebbe esserci stato qualcosa che oggi definiremmo disforia di genere. Tuttavia, la maggior parte si comprende meglio come donne che aggiravano i limiti del proprio tempo, non come persone con un’identità interiore di genere diverso. È buona storiografia preservare questa distinzione.
Uomini che vivevano come donne
I casi di uomini che si presentavano permanentemente come donne sono storicamente più rari e spesso si collocano in un contesto religioso, cerimoniale o teatrale. L’imperatore romano Eliogabalo viene talvolta rivendicato come persona «trans» sulla base di alcune frasi dello storico contemporaneo Cassio Dione — una fonte inaffidabile, scritta con l’esplicita intenzione di screditare l’imperatore. Ricavarne un’identità moderna è problematico dal punto di vista metodologico.
Categorie non occidentali di «terzo genere»
Le hijra dell’Asia meridionale, le persone two-spirit nelle tradizioni indigene nordamericane e i bissu dei Bugis in Indonesia vengono citati nel dibattito occidentale come prova storica di identità «non binarie». Ciò è fuorviante per diverse ragioni:
- si tratta spesso di ruoli sociali specifici, frequentemente rituali o marginalizzati, non di identità liberamente scelte;
- nella maggior parte dei casi si tratta di uomini biologici che assumono un ruolo, non di uno spettro nel quale chiunque possa collocarsi autonomamente;
- il termine «two-spirit» è di per sé un’invenzione panindigena di fine Novecento (1990), non un concetto antico di secoli;
- la realtà sociale di molti di questi gruppi — povertà, prostituzione, emarginazione — viene romanticamente omessa nel dibattito occidentale.
Vedi anche Two-spirit e Il genere nelle altre culture.
Il ventesimo secolo: l’emergere di un modello medico
È solo nel ventesimo secolo che emergono le infrastrutture mediche e le categorie concettuali dalle quali si sviluppa la moderna nozione di transgender. Lili Elbe (anni Trenta) e Christine Jorgensen (1952) sono tra i primi casi conosciuti dal grande pubblico. Anche qui è necessaria cautela: Lili Elbe morì poco dopo gli interventi sperimentali e la sua storia è stata fortemente romanticizzata nelle successive opere di fiction, tra cui il film The Danish Girl. I primi risultati medici erano spesso drammatici. La prima clinica americana per l’identità di genere aprì nel 1966; vedi Harry Benjamin e la prima clinica americana per l’identità di genere.
Nei Paesi Bassi l’Amsterdam UMC ha svolto dagli anni Settanta un ruolo centrale nello sviluppo di quello che in seguito sarebbe stato chiamato Dutch Protocol — un approccio a lungo considerato uno standard internazionale, ma oggi sottoposto a una rivalutazione critica per le sue carenze metodologiche ed etiche.
La storia recente e la revisione del modello
A partire dagli anni Novanta è aumentata la visibilità delle persone transgender. Risale a quel periodo anche la bandiera transgender, progettata dall’americana Monica Helms nel 1999. Allo stesso tempo, dal 2010 si osserva un aumento senza precedenti delle identificazioni transgender tra gli adolescenti, in particolare tra le ragazze — un andamento privo di precedenti storici e distinto dalla tradizionale piccola popolazione adulta con disforia persistente. L’attuale riorientamento internazionale (Cass Review, SBU, COHERE) rappresenta una correzione di un periodo in cui il modello affermativo veniva applicato più ampiamente di quanto giustificassero le evidenze.
Una storiografia critica delle fonti
La storia contiene testimonianze reali di persone che non si conformavano alle norme di genere del proprio tempo. Queste storie meritano seria attenzione — ma nel rispetto delle fonti e senza interpretazioni retrospettive eccessive. È un equivoco equiparare ogni variazione storica di genere alla moderna identità transgender. La buona storiografia distingue; l’attivismo livella. In questo caso, mantenere questa distinzione è appropriato.