Giudice britannico apre la strada a una controversa sperimentazione sui bloccanti della pubertà per 226 bambini

Il 31 luglio 2026 l'Alta Corte britannica ha respinto una causa intentata per bloccare un nuovo studio clinico sui bloccanti della pubertà. Lo studio, che prevede di assegnare casualmente fino a 226 bambini con disforia di genere, a partire dagli 11 anni per le bambine e dai 12 anni per i bambini, a un trattamento immediato o a un gruppo costretto ad attendere dodici mesi, potrà proseguire. Il giudice ha stabilito che l'approvazione di uno studio di questo tipo spetta agli enti regolatori sanitari e non alla magistratura.
In cosa consisteva la causa
La causa era stata intentata dal gruppo britannico di genitori Bayswater Support Group, dalla detransitioner Keira Bell e dal giurista James Esses. Essi sostenevano che lo studio non rispettasse le soglie giuridiche ed etiche previste per la ricerca su bambini vulnerabili. A loro avviso, gli effetti a lungo termine dei bloccanti della pubertà sullo sviluppo osseo, sulla fertilità e sul benessere psicologico non sono stati studiati a sufficienza per esporvi casualmente dei bambini, neppure nell'ambito di uno studio controllato. Lo studio nasce dopo che il sistema sanitario britannico NHS aveva interrotto nel 2024 l'uso dei bloccanti al di fuori della ricerca, in seguito alla conclusione della Cass Review secondo cui le prove della loro efficacia erano «straordinariamente deboli». Il Regno Unito non è il solo Paese ad aver preso questa strada: una panoramica della revisione internazionale mostra che anche Svezia, Finlandia e Danimarca hanno ormai limitato i bloccanti della pubertà all'ambito della ricerca. Anche l'autorità britannica per i medicinali, la MHRA, aveva precedentemente espresso preoccupazione per «possibili danni biologici significativi». Maggiori dettagli sul contenuto dello studio e sui suoi oppositori sono disponibili su genderzorgen.nl.
Critiche anche al protocollo olandese
La sentenza non è un caso isolato. Il giornalista Bernard Lane, che sulla sua piattaforma Gender Clinic News segue gli sviluppi internazionali nell'assistenza sanitaria di genere, nel suo resoconto della causa richiama anche le crescenti critiche provenienti dai Paesi Bassi nei confronti del cosiddetto Dutch Protocol, il metodo di trattamento alla base di molti programmi di somministrazione dei bloccanti della pubertà in tutto il mondo. Medici come Armand Girbes e Dorine Sellenraad sostengono che la reputazione «prudente» del protocollo non corrisponda alla pratica: la diagnosi rimane definita in modo poco chiaro, le comorbidità come l'autismo e il trauma non vengono prese sufficientemente in considerazione e, alla fine, circa l'82% degli adolescenti che iniziano ad assumere i bloccanti riceve comunque ormoni sessuali del sesso opposto, mentre il protocollo era stato concepito proprio come un modo per creare tempo e spazio per il dubbio.
Perché la questione va oltre il contesto locale
Per genitori e clinici al di fuori del Regno Unito, questa causa è rilevante perché mostra quanto sia difficile avviare nuovamente una ricerca controllata sui bloccanti della pubertà, persino dopo un'indagine governativa critica come la Cass Review, senza che ciò sfoci immediatamente in una battaglia legale. Per i sostenitori dello studio, questo è proprio il punto centrale: solo una ricerca rigorosa e randomizzata può fornire risposte definitive sui rischi e sui benefici. Per i critici, resta invece la domanda se sia lecito utilizzare i bambini come soggetti sperimentali finché le questioni fondamentali sulla sicurezza rimangono ancora irrisolte. Questa tensione — tra il desiderio di raccogliere finalmente dati solidi e la preoccupazione che a pagare il prezzo siano proprio i bambini vulnerabili — caratterizza il più ampio dibattito internazionale sull'assistenza sanitaria di affermazione di genere per i minori.
Edward Jansen
Redazione di Genderinfo.nl
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