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Il Dutch Protocol

Edificio del VU medisch centrum sulla De Boelelaan ad Amsterdam
Foto: Steven Lek, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Il Dutch Protocol è il modello medico di trattamento della disforia di genere nei minori, sviluppato ad Amsterdam negli anni Novanta. È stato diffuso in tutto il mondo come “il gold standard”, ma le sue basi scientifiche sono più limitate di quanto sia stato presentato per lungo tempo. Dal 2020 il protocollo è stato sempre più abbandonato o limitato a livello internazionale; nei Paesi Bassi, invece, una riorientazione analoga non si è finora verificata.

Per saperne di più su questo sito: NTVG — Critiche internazionali al Dutch Protocol, Seconda Camera — Interrogazioni parlamentari sul Dutch Approach (2023) e McDeavitt, Cohn & Kulatunga-Moruzi.

Gli argomenti specifici sono trattati in Amsterdam UMC e il Dutch Protocol.

Origine e contenuti

Il protocollo è stato sviluppato dal team per l’identità di genere del VU medisch centrum (oggi Amsterdam UMC), in particolare da Peggy Cohen-Kettenis, Henriette Delemarre-van de Waal e, successivamente, Annelou de Vries e Thomas Steensma. Prevede un modello graduale: valutazione psicologica, quindi bloccanti della pubertà intorno allo stadio 2-3 di Tanner, poi ormoni sessuali a partire dai 16 anni circa e infine interventi chirurgici dai 18 anni.

I criteri di selezione originali erano rigidi: disforia precoce, persistente e presente per tutta la vita, assenza di comorbilità gravi, contesto familiare stabile e buon funzionamento psicologico. In origine, solo una minoranza delle richieste soddisfaceva tali criteri.

Gli studi originali

Le basi delle prove scientifiche poggiano soprattutto su alcuni studi del gruppo olandese — in particolare De Vries et al. (2011) e De Vries et al. (2014) — basati su una coorte di appena 55 giovani. Principali limiti metodologici:

  • Gruppo piccolo e fortemente selezionato: non rappresentativo delle richieste attuali.
  • Assenza di un gruppo di controllo: non è mai stato effettuato un confronto con giovani che non hanno ricevuto un trattamento medico, quindi non è possibile stabilire un nesso causale.
  • Elevato abbandono e dati mancanti: un partecipante è deceduto durante un intervento chirurgico; i dati relativi a coloro che hanno abbandonato il percorso sono in gran parte assenti dall’analisi.
  • Follow-up breve: 1-2 anni dopo l’intervento chirurgico, a un’età media intorno ai vent’anni.
  • Misure degli esiti: scale psicometriche somministrate in modo non coerente nel tempo; gli esiti relativi al benessere erano meno univoci di quanto spesso suggerito.

Michael Biggs (Università di Oxford) ha inoltre analizzato la replica britannica del Dutch Protocol presso la clinica Tavistock: nello stesso periodo, su 44 giovani non sono stati riscontrati miglioramenti nelle misure degli esiti psicologici. Questi risultati non sono stati pubblicati per anni. La Cass Review e SEGM hanno documentato questa “replica fallita” come motivo di cautela.

Diffusione internazionale

Il protocollo è stato recepito nelle linee guida della Endocrine Society (2009) e della WPATH (SOC7, 2011) e diffuso in tutto il mondo. Nella pratica, tuttavia, è stato applicato in modo molto più ampio rispetto all’originale: i rigidi criteri di selezione sono stati abbandonati, la comorbilità non è più stata considerata una controindicazione e la popolazione è passata dai bambini piccoli con disforia precoce agli adolescenti — soprattutto ragazze — con insorgenza più tardiva, comorbilità psichiatriche e uso intensivo dei social media. Il protocollo originale non era stato progettato per questo gruppo.

Critiche internazionali e svolta nelle politiche

Dal 2018 le critiche scientifiche al protocollo sono aumentate fortemente, tra gli altri per opera di Stephen Levine, Michael Biggs, William Malone, Susan Bradley, James Cantor e Sallie Baxendale. Una panoramica di tre decenni di ricerca è disponibile in La ricerca sul Dutch Protocol non ha prodotto prove affidabili dopo 30 anni.

  • Cass Review (2024, Regno Unito): la revisione sistematica ha concluso che la base delle prove è “straordinariamente debole” e ha raccomandato estrema cautela nel trattamento dei minori. Vedi Cass Review.
  • SBU (Svezia, 2022): prove insufficienti; Socialstyrelsen ha poi limitato il trattamento dei minori ai casi eccezionali.
  • COHERE (Finlandia, 2020): psicoterapia come prima scelta, ormoni solo in rigorose eccezioni.
  • Sundhedsstyrelsen (Danimarca, 2023): forte limitazione.
  • Ukom (Norvegia, 2023): il comitato norvegese d’inchiesta sulla sanità ha raccomandato di considerare i bloccanti della pubertà e gli ormoni per i minori come trattamenti sperimentali; la linea guida norvegese non è stata ritirata.
  • WPATH Files (2024): documenti interni trapelati hanno mostrato che anche all’interno della stessa WPATH si riconosceva la difficoltà di ottenere un consenso informato dai minori e che gli esiti dannosi erano noti.

La situazione nei Paesi Bassi

Amsterdam UMC e Radboudumc continuano a lavorare con varianti del Dutch Protocol. Tra i giovani inviati ad Amsterdam UMC, più di quattro su cinque hanno iniziato un percorso medico. Nel 2024 la Seconda Camera ha chiesto una ricerca sul Dutch Protocol. Il Consiglio della sanità ha concluso il 30 giugno 2026 che l’assistenza sanitaria per i giovani transgender nei Paesi Bassi è organizzata in modo scrupoloso; non si è verificata una svolta politica come nel Regno Unito o in Scandinavia. Crescono tuttavia le voci critiche provenienti dal mondo medico (si veda il Nederlands Tijdschrift voor Geneeskunde) e si presta attenzione al fatto che i Paesi Bassi sono ormai in controtendenza rispetto ai Paesi vicini.

Il Dutch Protocol nella rete

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