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ICD-11 e variazione di genere

La sede centrale dell’Organizzazione mondiale della sanità a Ginevra
Foto: Yann Forget, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Nel 2022, l’ICD-11, la classificazione internazionale delle malattie dell’OMS, ha spostato la variazione di genere dal capitolo sui disturbi mentali a un nuovo capitolo intitolato «condizioni correlate alla salute sessuale». Il nuovo termine è «incongruenza di genere». Questa decisione è stata accolta con favore dai sostenitori come una depatologizzazione. Al tempo stesso, la decisione non si basa su nuove evidenze biomediche, ma soprattutto su un presupposto normativo: l’idea che l’etichetta «disturbo mentale» avrebbe un effetto stigmatizzante.

Gli argomenti correlati sono trattati in OMS e la revisione dell’ICD-11.

Una riclassificazione senza una base di evidenze

Il percorso scientifico consueto prevede che una condizione venga eliminata da una classificazione o spostata quando nuove evidenze dimostrano che l’inquadramento esistente è errato. Nel caso della variazione di genere non è andata così. Non esiste alcuna scoperta biomedica che dimostri che l’incongruenza di genere non abbia un substrato psichiatrico. La riclassificazione è stata sostenuta da organizzazioni di interesse, clinici attivisti e dal gruppo di lavoro dell’OMS, non da una svolta nella ricerca. I critici, tra cui diversi psichiatri che hanno collaborato alla stesura del DSM e dell’ICD, avvertono che in questo caso un giudizio normativo è stato presentato come una conclusione scientifica.

Di fatto: una soglia più bassa per gli interventi medici

Nell’ICD-11, la sofferenza non è più un criterio obbligatorio. In linea di principio, chi non si riconosce sufficientemente nel sesso assegnato alla nascita soddisfa la definizione, anche in assenza di una sofferenza clinicamente significativa. Si tratta di un notevole ampliamento della platea destinataria di interventi medici, mentre tali interventi (ormoni, chirurgia) non sono cambiati quanto a invasività e irreversibilità. Lo spostamento al di fuori della classificazione psichiatrica significa nella pratica che la valutazione psicologica diventa meno automatica, sebbene sia proprio questa la sede in cui vengono riconosciute le problematiche comorbide (autismo, trauma, depressione, disturbi alimentari). Il modo in cui vengono distinti autismo e disforia di genere è illustrato su genderautisme.nl.

Via lo stigma, via anche la prudenza?

L’argomento della «depatologizzazione» può sembrare convincente, ma presenta anche un rovescio della medaglia. Collocando la variazione di genere al di fuori della psichiatria si indebolisce anche la protezione offerta dalla diagnosi psichiatrica: la diagnosi differenziale, l’attenzione alle problematiche sottostanti e la consapevolezza che il desiderio di modificare il corpo può essere esso stesso oggetto di riflessione clinica. Il rischio è che un numero sempre maggiore di persone — spesso giovani, spesso con problematiche multiple — acceda direttamente a percorsi medici complessi senza che lo screening psichiatrico sia garantito in modo sistematico.

Riconsiderazione internazionale

La Cass Review (2024) e le revisioni in Svezia, Finlandia e Norvegia indicano invece la direzione opposta: maggiore valutazione psicologica, prudenza nell’impiego di interventi medici sui giovani e riconoscimento del fatto che la disforia di genere è spesso associata ad altre problematiche che meritano attenzione prioritaria. La riclassificazione dell’ICD-11 e questo cambiamento clinico sono in tensione tra loro.

Attuazione nei Paesi Bassi

I Paesi Bassi stanno passando gradualmente all’ICD-11. Nella pratica, molti operatori sanitari utilizzano ancora i codici dell’ICD-10. Resta da vedere come l’assistenza di genere olandese si rapporterà al presupposto normativo dell’ICD-11 rispetto all’approccio più prudente della Cass Review.