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Social media e genere

Smartphone con app nella schermata iniziale
Foto: Acabashi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

L’aumento improvviso e storicamente senza precedenti delle identificazioni trans tra i giovani — soprattutto tra le ragazze adolescenti — a partire dal 2012 circa non può essere separato dalla contemporanea diffusione di TikTok, YouTube, Instagram, Tumblr e Discord. Chi nega questo legame nega un modello che ricorre nei dati epidemiologici, nei resoconti clinici e nelle testimonianze dei genitori in tutto il mondo occidentale. Per i giovani i social media non sono un innocuo rumore di fondo; sono una forza attiva che contribuisce a plasmare il modo in cui interpretano se stessi, il proprio corpo e la propria identità.

Un fenomeno nuovo, a grappoli, comparso quasi dal nulla

La disforia di genere era tradizionalmente rara, si manifestava soprattutto nei ragazzi fin dalla prima infanzia e si sviluppava gradualmente. A partire dal 2012 circa, il quadro cambia radicalmente. Ragazze adolescenti senza alcuna storia infantile di disforia di genere — spesso plusdotate, perfezioniste, con ansia o depressione, talvolta autistiche, talvolta vittime di bullismo o di comportamenti oltre i limiti — iniziano improvvisamente a identificarsi come ragazzi, non binarie o trans. Spesso a grappoli all’interno della stessa cerchia di amiche. Spesso dopo un periodo di uso intensivo di TikTok, Tumblr o YouTube. I segnali che i genitori vedono spesso prima che il proprio figlio dichiari di essere trans sono descritti da transouders.nl.

Lisa Littman e la Rapid Onset Gender Dysphoria (ROGD)

Nel 2018 la ricercatrice americana Lisa Littman ha descritto questo nuovo fenomeno con il nome di Rapid Onset Gender Dysphoria. Sulla base delle testimonianze dei genitori, ha individuato un modello di disforia di genere improvvisa e comparsa a grappoli tra gli adolescenti, caratterizzato dall’uso intensivo dei social media e dal contagio tra pari. Littman (2018) su PubMed.

La ricerca di Littman è stata fortemente osteggiata da organizzazioni militanti: la sua università ha ritirato il comunicato stampa e nel 2019 la rivista PLOS ONE ha pubblicato una versione rivista dopo una nuova valutazione, mentre le conclusioni scientifiche sono rimaste pressoché invariate. Una ricerca successiva di Diaz e Bailey (2023) ha descritto lo stesso modello, ma è stata ritirata dall’editore a causa di obiezioni relative alla procedura di consenso. Leggi di più sulla ROGD.

Come TikTok e YouTube alimentano l’identità

Le piattaforme social sono macchine per le raccomandazioni. Chi guarda una sola volta un video sulla disforia di genere se ne vede comparire subito decine. Gli algoritmi massimizzano l’engagement, non l’equilibrio. Per un adolescente infelice — depresso, diverso dalle proprie amiche, a disagio con il proprio corpo — la “narrazione trans” offre una cornice interpretativa allettante: “non sei infelice per la tua vita, sei infelice per il tuo sesso; afferma il tuo ‘vero sé’ e i tuoi problemi si risolveranno”. È un messaggio semplice; è anche un messaggio falso.

Tumblr negli anni 2012-2016 e, successivamente, TikTok sono stati i terreni di coltura più visibili. Influencer con centinaia di migliaia di follower presentano la transizione come liberatoria, come una sottocultura alla moda e come una soluzione a forme di sofferenza molto diverse. Le testimonianze di detransizione raramente vengono rese altrettanto visibili dagli algoritmi. Il ruolo degli influencer, degli algoritmi e delle comunità online nell’insorgere improvviso di dubbi sul genere è analizzato da transkind.nl.

Contagio sociale: non “la nascita di un’identità”, ma una forma e una direzione

Contagio sociale non significa che i social media “inventino” l’essere transgender per un bambino. Significa però che danno forma al modo in cui un giovane interpreta un disagio ancora privo di nome. In un’epoca precedente, probabilmente quelle stesse ragazze sarebbero state viste come affette da anoressia, inclini all’autolesionismo, depresse o parte di una sottocultura gotica. Il dolore psicologico adolescenziale cerca sempre un modello esplicativo — e quel modello viene fornito dalla cultura. Oggi quel modello è sempre più spesso il “genere”. Il quadro è coerente con ciò che i sociologi definiscono “contagio sociale”: un’idea, un linguaggio o un concetto di sé che si diffonde tra gruppi di adolescenti vulnerabili.

Cosa i genitori possono sapere e fare

Non limitate innanzitutto l’uso dei social (provoca resistenza), ma siate presenti. Chiedete che cosa guarda vostro figlio. Guardatelo insieme. Chiedete quali siano le sue motivazioni. Leggete voi stessi la letteratura critica internazionale: la Cass Review, SBU, Genspect, SEGM. Nessun bambino trae beneficio da genitori che non conoscono il mondo in cui vive, mentre gli algoritmi sono stati calibrati con enorme cura proprio su quel mondo.

Fate in modo che il bambino incontri anche altre fonti — le testimonianze di persone che hanno detransizionato, medici critici, ricerche sottoposte a peer review e le revisioni internazionali delle evidenze (Cass, SBU, COHERE, Ukom). In questo ambito l’unilateralità è la norma; occorre cercare consapevolmente punti di vista alternativi.