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Storia del genere

Storia del genere
Foto: Marta Branco via Pexels

Il concetto di «genere» nel significato attuale è recente: è stato elaborato e diffuso nella seconda metà del XX secolo. Chi vuole comprendere la storia del genere deve distinguere tra due cose diverse: la secolare varietà delle aspettative di ruolo maschili e femminili — sempre esistita — e l’impianto teorico novecentesco che separa il «genere» dal sesso e lo presenta come una caratteristica interiore autonoma.

La storia antica e l’antichità

In quasi tutte le civiltà conosciute la società era organizzata intorno alla differenza tra uomini e donne — non come costruzione sociale arbitraria, ma come riconoscimento pratico di un dato biologico dalle importanti conseguenze (riproduzione, forza fisica, cura dei bambini piccoli). I ruoli di genere variavano nei contenuti, ma l’ordinamento binario in sé è una costante. Quelle che alcuni autori contemporanei ricostruiscono nelle fonti antiche come «categorie di genere intermedie» (eunuchi, gallae, sacerdoti ur.sal) erano generalmente gruppi emarginati o separati sul piano cultuale — non un terzo sesso riconosciuto né precursori del moderno concetto di transgender.

Applicare retroattivamente categorie identitarie moderne alle fonti storiche è metodologicamente rischioso. Un eunuco in Mesopotamia non era una «persona non binaria» nel senso odierno; un uomo che si vestiva da donna in un contesto religioso non era una «donna transgender». Recenti riletture storiche (tra gli altri, di Alice Dreger e Lyndsey Stonebridge) mettono in guardia contro questo anacronismo.

Medioevo e prima età moderna

La società europea medievale era fortemente gerarchica, con ruoli ben definiti per uomini e donne. Le donne che si spacciavano per uomini (Giovanna d’Arco, donne che combattevano come soldati) lo facevano generalmente per necessità pratica — per poter esercitare professioni o godere di libertà altrimenti inaccessibili. Definirle retroattivamente «trans» è una proiezione ideologica, non una constatazione storica.

Nella prima età moderna l’anatomia si sviluppò fino a diventare una scienza rigorosa. Le scoperte successive riguardanti gli organi sessuali, i cromosomi e gli ormoni fornirono conoscenze sempre più precise sul dimorfismo biologico del corpo umano — conoscenze che non dimostrano che il sesso sia uno spettro.

Il XIX e il XX secolo: la nascita della sessuologia

La sessuologia ottocentesca (Krafft-Ebing, Ulrichs, in seguito Hirschfeld) cercò di mappare sistematicamente la variabilità sessuale e di genere. L’Institut für Sexualwissenschaft di Magnus Hirschfeld a Berlino (1919-1933) viene spesso presentato come una pietra miliare progressista, ma vi si eseguivano anche interventi sperimentali i cui risultati erano, secondo gli standard moderni, sconvolgentemente scadenti — un aspetto spesso assente nelle rappresentazioni nostalgiche.

Il concetto novecentesco di «genere» deriva dal lavoro dello psicologo John Money (Johns Hopkins, anni Cinquanta). Money introdusse la distinzione tra «sesso» e «genere» in parte per legittimare trattamenti sperimentali su bambini intersessuali. Il suo caso più famigerato, David Reimer, ebbe un esito tragico: un bambino che, dopo una circoncisione fallita, fu cresciuto da Money come «bambina» non riuscì mai a identificarsi con il genere assegnatogli e in seguito si suicidò. Questo caso rappresenta un precedente ammonitore: l’identità di genere non può essere semplicemente imposta o sostituita per via sociale. L’evoluzione del caso Reimer è descritta dettagliatamente su genderid.nl.

La seconda ondata femminista (Simone de Beauvoir, in seguito Judith Butler) utilizzò il termine «genere» per criticare — giustamente — il ruolo sociale delle donne. La tesi radicale di Butler, secondo cui anche il sesso sarebbe «performativo» e costruito, è una posizione filosofica diventata egemonica nel suo stesso ambito disciplinare (gli studi di genere), ma priva di fondamento scientifico al di fuori delle discipline umanistiche.

Il XXI secolo: riconoscimento giuridico, espansione e inversione di rotta

A partire dal 2010 circa si è verificato un fenomeno notevole: un aumento esplosivo e circoscritto delle identificazioni trans, soprattutto tra le adolescenti nei Paesi occidentali. Questo aumento — inspiegabile se considerato soltanto come «la possibilità finalmente conquistata di essere se stessi» — indica con forza la presenza di fattori sociali e mediatici. Nel frattempo, in molti Paesi la legislazione è stata allentata e i giovani hanno avuto accesso a bloccanti della pubertà, ormoni e interventi chirurgici. Nei Paesi Bassi, nel 2014 la legge transgender ha abolito il requisito della sterilizzazione per modificare la registrazione del sesso.

Negli ultimi anni questi sviluppi sono finiti sotto pressione. Il rapporto SBU svedese (2022), la decisione COHERE finlandese, il rapporto Ukom norvegese (2023), il rapporto Cass britannico (2024) e i WPATH Files (2024) hanno minato in breve tempo le basi scientifiche del modello di assistenza giovanile «gender-affirming». Svezia, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Regno Unito hanno modificato significativamente le proprie pratiche. Vedi anche: Cass Review, Detransizione, Dutch Protocol.

È significativo che i Paesi Bassi, il Paese in cui è stato sviluppato l’originario «Dutch Protocol», siano quelli che seguono più lentamente questo riorientamento internazionale. La debole base di evidenze, il bias di selezione e l’assenza di gruppi di controllo nella ricerca olandese originale sono oggetto di forti critiche a livello internazionale.